L’AGGRESSIVITA’ E LA RABBIA NEI BAMBINI … QUALI SIGNIFICATI E COME INTERVENIRE

Alcuni imagescomportamenti infantili appaiono molto aggressivi come graffiare, mordere o tirare i capelli e spesso suscitano apprensione nei genitori. Mamme o papà preoccupati, in genere, mi chiedono “Perché si comporta così?”, “Cosa posso fare?”, “Noi non siamo aggressivi con lui, eppure lui grida, perde le staffe e lancia le cose … perché ha queste  reazioni così forti?” …

Solitamente, dietro tali comportamenti si cela sempre il desiderio di attenzione e di ascolto.

Winnicott, sostiene che “crescere è di per sé un atto aggressivo”; infatti basta osservare come i bambini si muovono con prontezza verso un giocattolo che suscita il loro interesse; l’afferrano con grinta e quando qualcuno prova a portarglielo via si ribellano con aggressività.

Aggressività deriva dal termine latino aggredior che significa “cammino in avanti”, “vado verso”. Nei bambini l’aggressività è una modalità comunicativa e di crescita che si trasforma ed evolve in relazione alle tappe evolutive dello sviluppo del bambino e pertanto deve essere valutata in relazione alla sua età. Nel primo anno di vita l’aggressività del bambino è una modalità specifica sia di reagire alle frustrazioni sia di dare spazio alla tendenza esplorativa che caratterizza proprio i primi anni di vita. Intorno ai due anni, invece, il bambino impara l’uso del “NO” e anche questo rappresenta un suo modo di crescere che gli permette di distinguere l’IO dal TU e di far valere la sua volontà. Non bisogna dimenticare anche il valore esplorativo di alcuni atteggiamenti aggressivi. Ad esempio spinte, morsi, lancio di oggetti, crisi di rabbia, … sono un tentativo per esplorare le relazioni e anche per verificare l’effetto che tali azioni suscitano sulle persone e l’ambiente che circondano il bambino. Ci sono poi, una serie di situazioni che il bimbo si trova a vivere nella sua vita che gli causano una profonda sofferenza, frustrazione, senso di impotenza e tutta un serie di emotività negative che non è in grado di riconoscere e verbalizzare chiaramente. In tutti questi casi, è abbastanza normale che usi l’aggressività per chiedere una forma di aiuto o di attenzione o comunque per esprimere il malessere che ha dentro. La cosa difficile, è che non sempre i genitori si mettono subito nell’ottica di ascolto e di provare a interpretare qui gesti andando oltre l’apparenza. Ma viene abbastanza immediato sgridarlo, giudicarlo o metterlo in punizione. La vita frenetica e la superficialità in cui sembra sempre di più andare la nostra società, ci fanno dimenticare che i bambini hanno tutto un loro modo di comunicare le loro emozioni e che è un errore fermarsi solo ed esclusivamente alla loro manifestazione finale e più evidente.

Mentre, per quanto riguarda l’aggressività che possono provare e manifestare gli adolescenti, essa può originarsi da prepotenze e prevaricazioni subite: è importante comprendere se si tratta di episodi o se l’adolescente sta assumendo le caratteristiche del bullo, e in questo caso chiarire il contesto, considerando la vittima, il ruolo degli insegnanti, dello psicologo, il rapporto genitori – insegnanti.

Ad ogni età, la MODALITA’ d’intervento dell’adulto è fondamentale. Di fronte ad un bambino arrabbiato le reazioni ed emozioni dei genitori possono essere diverse: c’è chi si spaventa, chi lo rimprovera, chi lo incoraggia, chi ne rimane inerme, chi se ne preoccupa. Questo perché, solitamente la rabbia, se pur emozione normalissima e sana, ancora oggi viene in qualche modo censurata, inibita o vissuta come un qualcosa che non si sa come gestire ne contenere.

L’aggressività non si gestisce con altra aggressività.

I risultati di una lunga indagine condotta da alcuni studiosi dell’Università del Texas e del Michigan hanno indicato che i bambini sculacciati hanno più probabilità di diventare ‘cattivi ragazzi’. Gli schiaffi, anche se leggeri, provocherebbero atteggiamenti di sfida nei confronti dei genitori, comportamenti anti-sociali e aggressivi. Inoltre, nei casi più gravi, esporrebbero di più a disagio mentale e a difficoltà cognitiva. “La sculacciata, spiega Andrew Grogan-Kaylor, rischia di provocare l’atteggiamento opposto di quello desiderato da padri e madri dei ragazzi”. La ricerca, pubblicata nel Journal of Family Psychology, ha preso in esame per un lungo periodo 160.000 bambini. “Abbiamo scoperto che ‘la sculacciata’ era associata a risultati negativi e non a un maggior rispetto delle regole o a atteggiamenti di ubbidienza. Esattamente il contrario di quanto vogliono i genitori quando puniscono in questo modo i figli”, ha detto Elizabeth Gershoff, docente di Sociologia della famiglia all’Università del Texas di Austin.

E’ indubbio che il mestiere del genitore è il può arduo e il più difficile, e tutto appare più difficile di fronte all’aggressività di un bambino. Molte sono le incertezze su che cosa sia più giusto fare, su cosa fare, sugli atteggiamenti da assumere, sulle cose da dire.

Tuttavia, prima di disperare i genitori dovrebbero accettare di non essere perfetti, ma accontentarsi di essere genitori “sufficientemente buoni” (Winnicott), capaci di accettare i propri limiti, ma nello stesso tempo realmente disponibili a fare del proprio meglio ed essere sintonizzati sui bisogni dei propri figli. Educare è un’arte. Vale a dire un intervento delicato e complesso che richiede non solo conoscenze tecniche ma soprattutto attenzione, sensibilità, capacità creativa. Significa aiutare un individuo a crescere e sviluppare le potenzialità che gli permetteranno di diventare autonomo e indipendente. Educare vuol dire adoperarsi per far emergere la personalità del bambino rispettando le sue caratteristiche e permettergli di attraversare le esperienze positive e negative della vita con fiducia. L’educazione è una relazione a due che implica un educarsi, ovvero la riflessione sul proprio percorso educativo e la ricerca del giusto approccio per seguire la crescita dei propri bambini con serenità e razionalità. Per affrontare questo difficile ma meraviglioso compito è fondamentale che gli adulti siano disposti a considerare loro stessi come parte in causa nelle difficoltà del bambino.

Come sostenere i genitori nel gestire efficacemente tali reazioni?

Nella mia esperienza clinica ho osservato sempre più spesso che attraverso gli strumenti del Parent Coaching, i genitori riescono ad acquisire maggiore consapevolezza rispetto al loro ruolo genitoriale e alle diverse modalità di intervento nei confronti del bambino. In questo percorso di sostegno alla genitorialità arrivano in autonomia a comprendere quali sono i reali bisogni dei bambini senza ricevere la “formula magica” da parte del professionista.

Ad esempio, di fronte alle reazioni di rabbia comprendono che diventa utile alcuni passaggi fondamentali come:

  1. DIVENTARE CONSAPEVOLI DELL’EMOZIONE DEL BAMBINO.
  2. RICONOSCERE NELLA CRISI UN’OCCASIONE DI CRESCITA (le emozioni “negative” non passano solo perché decidiamo di non dargli importanza, si dissolvono quando riusciamo a dargli un nome e a sentirci compresi)
  3. ASCOLTARE CON EMPATIA E CONVALIDARE I SENTIMENTI DEL BAMBINO (cerchiamo di prestare

attenzione al linguaggio del corpo del b e mostriamogli il nostro: calmo e rilassato, seduti al suo

livello di sguardo prestiamogli la massima attenzione, cerchiamo di ascoltare più che fare troppe

domande).

  1. ABITUARLO A SENTIRE LE PAROLE UTILI AD ESPRIMERE LE EMOZIONI CHE PROVA (anche se il b non

parla si sintonizza sul tono che ascolta, sulla comunicazione inconscia e comunque parlare al b

favorisce l’acquisizione del linguaggio).

  1. PORRE DEI LIMITI AI COMPORTAMENTI INADEGUATI ( è importante che i bambini capiscano che il

problema non è nei sentimenti ma nei comportamenti: tutti i sentimenti sono accettabili ma non

tutti i comportamenti).

Questo tipo di sostegno permette loro di affrontare con più serenità i diversi comportamenti del bambino e di accettare anche alcuni passaggi critici della crescita.

BIBLIOGRAFIA

  • CANESTRARI Renzo – GODINO Antonio, Trattato di psicologia, Bologna, CLUEB, 2002.
  • LINDSAY Gardner – HALL Calvin – THOMPSON Richard, Psicologia, Bologna, Zanichelli, 1982.
  • MARCELLI Daniel, Psicopatologia del bambino, Milano, Masson, 2000.